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Dopo essere stata ad Ascoli Piceno e a Roma nella storica sede del Pio Sodalizio dei Piceni nel Complesso Monumentale di San Salvatore in Lauro la mostra Rinascimento Marchigiano arriva alla sua ultima tappa ospitata dal Comune di Senigallia nello spazio espositivo di Palazzo del Duca.

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Dal 16 ottobre al 31 gennaio la mostra “Rinascimento Marchigiano. Opere d’arte restaurate dai luoghi del sisma”, curata da Stefano Papetti e Pierluigi Moriconi, sarà a Senigallia per la sua ultima tappa ospitata dal Comune di Senigallia nello spazio espositivo di Palazzo del Duca, dopo essere stata ad Ascoli Piceno e a Roma nella storica sede del Pio Sodalizio dei Piceni, nel Complesso Monumentale di San Salvatore in Lauro. L’inaugurazione si terrà il 15 ottobre, alle ore 17 all’Auditorium San Rocco, dal quale ci si sposterà poi verso Palazzo del Duca per la tradizionale cerimonia del taglio del nastro.

Nel suo viaggio per l’Italia, l’esposizione ha permesso a un vasto pubblico di scoprire un significativo nucleo di opere d’arte che sono state restaurate a seguito del sisma del 2016, grazie al contributo di Anci Marche e Pio Sodalizio dei Piceni, all’apporto scientifico della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio delle Marche e al contributo della Regione Marche. Un vero e proprio racconto, tra l’arte e la storia, del prezioso patrimonio disseminato nelle Marche, danneggiato dal terremoto, recuperato, portato a nuova vita e reso finalmente di nuovo fruibile.

A Senigallia la mostra si arricchisce, arrivando a 40 opere esposte e in particolare, per la prima volta dopo il sisma, viene ricomposto l’intero ciclo di Jacobello del Fiore con le “Scene della vita di Santa Lucia” proveniente dal Palazzo dei Priori di Fermo, presentato parzialmente nelle precedenti tappe. Si tratta di otto tavole realizzate tra il 1420 e il 1425 raffiguranti le storie di Santa Lucia dove la rappresentazione segue puntualmente il testo della Leggenda Aurea, importante fonte agiografica di Jacopo da Varazze. Partendo da Lucia, nobile siracusana, che si reca sulla tomba di Sant’Agata con la madre malata sperando di riceverne la guarigione, fino al violento martirio subito dalla giovane per essersi rifiutata di negare la fede cristiana, ogni scena è realizzata con grande dovizia di particolari e con un’attenzione alle strutture architettoniche che testimoniano l’adesione dell’artista al gotico cortese in voga nell’Italia Settentrionale, uno stile dove emerge la forza espressiva dei volti tipico di Jacobello.

I recenti restauri compiuti sul ciclo sono stati molto importanti poiché hanno permesso di affermare con certezza che si tratta di una pala ribaltabile, dove i pannelli si potevano all’occorrenza richiudere uno sull’altro per svelare le reliquie poste in una nicchia sul retro, e non di un dossale come ha sempre sostenuto la storiografia.

Un altro esemplare di grande valore culturale recuperato ed esposto in mostra è la campana databile al XIII secolo e molto probabilmente realizzata per la canonizzazione di San Francesco avvenuta nel 1228: si tratta della più antica campana francescana arrivata ai nostri giorni. Originariamente si trovava nella chiesa di San Francesco a Borgo, una frazione di Arquata del Tronto, e ora è conservata nei depositi del Forte Malatesta di Ascoli Piceno dopo che nel 2016 venne salvata grazie al coordinamento della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio delle Marche e del Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale e all’intervento dei Vigili del Fuoco che si calarono da un elicottero tra le macerie. L’importanza di questa campana è tale che nel 2017 venne esposta nella mostra Facciamo presto. Marche 2016 – 2017: tesori salvati, tesori da salvare, realizzata dagli Uffizi per raccogliere fondi per il risanamento dei danni inferti dal sisma e per i restauri.

Di grande rilevanza storico-artistica sono anche una stauroteca, contenente un frammento della vera croce e una coppia di reliquiari, realizzati nel XVIII secolo dall’orafo argentiere Pietro Bracci, romano di origine, ma molto attivo nelle Marche. Sono esemplari che rappresentano l’eccellenza dell’oreficeria romana barocca, in origine proprietà della famiglia Sgariglia e ora confluiti nei beni del comune di Ascoli Piceno.

Le altre opere in mostra “vanno dal ‘400 al ‘700, alcune dall’alto valore devozionale e non storico-artistico ed altre invece dal grande valore storico-artistico”, come spiega il curatore Stefano Papetti. Tra queste crocifissi lignei e vesperbild di ambito tedesco, che ancora oggi si trovano all’interno delle chiese come oggetti di culto. Non mancano però altri nomi importanti come Cola dell’Amatrice, di cui spicca la Natività con i santi Gerolamo, Francesco, Antonio da Padova e Giacomo della Marca proveniente dalla sacrestia della Chiesa di San Francesco ad Ascoli Piceno. E ancora da Roma Giovanni Baglione e Giovanni Serodine che dalla Svizzera seguì nella capitale l’esempio di Caravaggio. Tutti autori di indubbia fama che nelle Marche sono nati o che vi hanno soggiornato e che hanno contribuito a modificare la geografia della Storia dell’Arte.

Gli interventi di restauro sono stati eseguiti da tecnici tutti marchigiani, in collaborazione con l’Università di Camerino e l’Università di Urbino e la direzione scientifica della Soprintendenza che, con innovative analisi diagnostiche hanno valutato lo stato di conservazione di ciascuna opera. Questi interventi non soltanto hanno consentito di porre rimedio ai danni subiti dalle opere, ma hanno permesso di effettuare nuove attribuzioni e di acquisire nuove conoscenze relative alla tecnica pittorica e ai materiali usati dagli artisti, accrescendo le conoscenze che si avevano su questo patrimonio e aprendo la strada a nuovi studi.

La mostra itinerante “Rinascimento marchigiano. Opere d’arte restaurate dai luoghi del sisma” rappresenta un viaggio nella religiosità marchigiana attraverso un affascinante percorso stilistico e iconografico che era stato già definito da Federico Zeri e Pietro Zampetti cultura adriatica, ma fin dalla sua progettazione ha avuto un obiettivo più ampio, ossia quello di rendere fruibili in maniera permanente le opere restaurate.

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